La morte è sempre stata per me un argomento alquanto tabù. Non nel senso di non poterne discutere a livello esistenziale o filosofico, e nemmeno per il fatto che mi abbia più spaventata il discorso di una morte violenta. In quanto religiosa a mio modo, non temo la mia sorte, rimettendomi nelle mani di chi è più in alto di noi e alla sua volontà e poi credo che morire nel minor tempo possibile possa essere preferibile ad una sofferenza lenta e prolungata (Ricordo solo un momento in cui mi abbia preso l’angoscia al pensiero che potessi sbagliarmi sull’aldilà e che potesse non bastare il modo in cui “pratico” in vita).
Ciò che mi ha sempre tremendamente spaventata è stato il pensiero di perdere per sempre le persone a me più care. In questo non ho mai accettato la distinzione della perdita di un figlio come se fosse più inconsolabile, perché convinta che, seppur innaturale, possa essere affrontata allo stesso modo, ma che per me la perdita di un adulto, come di un genitore, non sarebbe meno devastante.
Ma l’immagine che me ne ha dato questo libro è stata proprio questa. Mi ha in un certo senso un po’ riappacificata con il senso della morte.
