Sono profondamente toccata da questo libro ed è uno di quei casi in cui mi piacerebbe tantissimo che l’autore fosse ancora in vita e potesse esprimere la propria interpretazione del testo.
Josef K. che, in molte interpretazioni, sarebbe lo stesso Kafka, viene improvvisamente arrestato, senza conoscerne il motivo, che nessuno vuole svelargli.
Ma è una strana detenzione, in quanto risulta apparentemente libero, di continuare la propria vita e le proprie giornate come al solito.
Ma il problema sta proprio lì: la sua testa non è libera perché continua a girare intorno al processo, prima come rifiuto e negazione, poi in maniera ansiosa per studiare una possibilità di liberarsene, che sembra non esistere, e che comincia ad invalidare tutti gli ambiti della sua esistenza.
Perché il processo famigerato non si svolge mai, resta completamente indefinito, ma esiste, è lì che pende sul capo come uno spauracchio, che non si sa mai quando si manifesterà sul serio.
Il problema principale e protagonista onnipresente è il tribunale, questo luogo stranissimo, anche fisicamente, dalle spire del quale, una volta entrati non si riesce ad uscire mai.
