Seguo Baldini da un po’ ed ho sempre amato i suoi libri carichi delle sensazioni, dei modi di dire e di fare tipici di questa regione.
Nonostante ciò finora non lo avevo mai trovato in questo genere, e posso affermare con convinzione che sia capace di un’ottima resa in entrambe i casi.
Qui ci troviamo nella provincia romagnola, tra Ravenna e Forlì, con 4 ragazzi, Adelmo, Enrico, Settimio e Martino, tornati dalla Prima Guerra Mondiale da poco, e alle prese con lo sfacelo che si è lasciata dietro e la povertà, e con l’inizio della famigerata epidemia di spagnola che diventerà pandemica (che coincidenza proprio oggi che se ne sente parlare tanto).
Ma non sono solo quelli purtroppo i problemi, perché gli orrori a cui hanno assistito, l’angoscia provata in trincea e tutta la morte a cui hanno dovuto assistere se li portano dietro, hanno lasciato tracce indelebili e traumatiche nella loro psiche, che emergeranno in questo romanzo quando, su proposta di uno di loro che non riesce a guardarsi intorno assistendo impotente a tutte le perdite di vite subite in paese e sentendosi in difficoltà nell’avere a che fare con persone e luoghi in cui non si riconosce più, decideranno di avviare una carbonaia sull’Appennino, in uno dei boschi della zona, detto “delle facce”.
L’angoscia e la claustrofobia la fanno da padrone in questo libro che seppure breve, è capace di lasciare segni indelebili nelle nostre menti anche a distanza di giorni.
Il mondo naturale che li circonda assume subito la connotazione di ambiente greve e minaccioso, anche se la minaccia è onirica ed impalpabile, perché tutto ciò che si riesce a vedere sono simboli non minacciosi di per sè, ma che chiaramente richiamano un passato per loro vicino, che riescono quindi per questo motivo a creare attivazione e ansia, per la sensazione di trovarsi in un luogo di “non vita” a metà tra la guerra e la vita normale, sentendosi intrappolati da un destino famelico che li divora a poco a poco, senza possibilità di scampo, neanche per Enrico che probabilmente è l’ultimo a cedere perché aveva dato segni di maggior sicurezza e di legami e principi ancora saldi.
