sabato 10 aprile 2021

L' ANGOLO DEL CLASSICO Guerra e pace - Lev Tolstoj

Scrivere questa recensione mi prenderà sicuramente tempo e impegno perché è davvero complicato racchiudere in poche righe la marea di impressioni provocate da un testo così corposo e ricco.

Innanzitutto devo sottolineare che mi ha lasciata un po’ interdetta il fatto che ci fossero tantissime battute in francese non tradotte, e questo mi ha rallentata, e in più non sono davvero riuscita a comprendere perché in un romanzo russo i personaggi debbano parlare in francese, inoltre senza traduzione (Tolstoj nella nota finale spiega perché personaggi francesi parlino in russo e che per lui è stata semplicemente una trovata stilistica, ma se l’editore avesse pensato a inserire in nota la traduzione avrei apprezzato, invece di reclutare madre e zia).

Una delle difficoltà è stata anche l’uso in Russia dei patronimici che spesso non rendeva agevole distinguere tra padre e figlio, come per esempio quando si parlava dei due principi Andrei Bolkonskij.



Titolo: Guerra e pace
Autore: Lev Tolstoj
Edizione: BUR; 6 novembre 2002
Pagine 1468
⭐⭐⭐⭐


È indubbiamente un libro molto consistente, che non è solo la storia di alcune famiglie, i Rostov, i Bolkonskij e i Karughin principalmente, rappresentativi di principi e di modi di vivere profondamente diversi, ma anche un saggio storico che ci fa avvicinare alle guerre napoleoniche entrandoci dentro direttamente e vedendo le opinioni di persone che le abbiano vissute, e in più è la storia di un popolo e delle sue tradizioni e delle sue peculiarità, condivisibili o meno, ma da conoscere senza pregiudizi.

Per tutto questo è difficile trovare un solo genere: è una cronaca storica, un poema, un romanzo, tutto questo e anche più contemporaneamente, come dice lo stesso autore in appendice.

A parte la lunghezza (sì è decisamente un mattone, soprattutto nella mia edizione), è anche una lettura molto lenta: mi sono resa conto di non riuscire a leggere più di un centinaio di pagine al giorno, procedendo lentamente a causa in particolare dei tanti personaggi e delle parentele da individuare, non esattamente facili, complici anche i nomi russi e gli abbreviativi innumerevoli.

Nonostante ciò mi ha portata in un mondo completamente diverso da cui ho davvero fatto fatica a separarmi.

E a questo devo dire che hanno contribuito anche le tante descrizioni di truppe, battaglie ed accampamenti che, anche se a momenti ho trovato noiose e poco interessanti, sono riuscite a farmi calare completamente in quegli avvenimenti.


Indubbiamente il punto al centro dell’analisi è quello della disfatta di russi e austriaci prima e dei francesi poi, con attenzione particolare ai sotterfugi usati dai francesi per entrare a Vienna, ovviamente in un’ottica chiaramente di parte, ma in cui viene evidenziato anche bene come diversi russi simpatizzassero per l’imperatore francese e le sue strategie.

Il tema della guerra e dei personaggi detti eroi è centrale al centro della riflessione tolstoiana per tutto il libro, e la scelta tra la guerra e la pace di tanti personaggi e il rifiuto di questa per molti, contribuiscono ad avvicinarci a questa in maniera più diretta e non da saggio.

Tipico momento quello della descrizione dei saccheggi una volta conquistate le città, che sono aspetto fisso in tutte le guerre fin dal Medioevo, che non smette di farmi ribrezzo ogni volta che ne leggo, ma che però in questo caso segna un punto di svolta, lascia chiaro il parere dell’autore al riguardo.

Ma soprattutto interessa stabilire come le persone siano libere e in che grado di decidere chi seguire e che quindi tutti abbiano responsabilità per le azioni descritte e non solo i capi, come in tutti i casi di movimenti storici dei popoli da occidente a oriente, e da oriente a occidente, laddove gli storici tendono a spiegare tutto con l’influenza del personaggio di turno. nobile

Durante il breve armistizio tra francesi e russi l’episodio della chiacchierata tra Dolochov e il francese e gli altri che li prendono in giro, rendono l’idea di come fossero guerre non sentite realmente dai soldati che infatti fraternizzavano tra loro appena possibile, anche perché i russi parlavano francese e molti ammiravano il condottiero, ma volute dall’alto.

Questo viene ancora più dolorosamente evidenziato quando Rostov si chiede a cosa siano servite tutte quelle morti, compreso lo spaccato dolorosissimo sugli ospedali colpiti dall’epidemia di tifo con innumerevoli morti e indicibili sofferenze, se poi i due sovrani sono lì a fare come se fossero stati sempre buoni amici dopo aver deciso delle loro sorti firmando una pace non condivisa da tutti allo stesso modo.


Gli intrighi amorosi sono comunque una parte molto corposa della storia, tra le varie coppie già esistenti e quelle che si formano mano a mano.

I personaggi sono tanti e tutti possiedono una loro forte personalità, anche quelli che compaiono poche volte o per poche pagine, e lasciano tutti un segno indelebile su chi legge.

L’episodio di Dolochov ferito durante la ritirata che cerca l’approvazione mi ha fatto una tenerezza unica.

Allo stesso modo la riflessione di Rostov che, ferito, si interroga sulla ragione della guerra e della sua presenza lì.

In realtà Dolochov si rivela in altri episodi una persona che, da questo suo bisogno di approvazione, fa discendere però, dove manchi, un atteggiamento rancoroso e accidioso, che lo fanno diventare cattivo e profittatore con chiunque si metta sulla sua strada, pure con quelli che un attimo prima gli erano amici. Lo ritroviamo infatti poi in seguito totalmente depravato e senza principi, che si accompagna ad Anatole.


Il principe Vasili invece risulta un uomo freddo e calcolatore come pochi, e davvero non si riesce a trovargli un minimo di pregio o a provare un minimo di empatia per lui. Le sue azioni sono tutte tese ad ottenerne il massimo profitto col minimo sforzo.

Indicativi gli episodi relativi al tentativo di Inganno sul testamento del conte Bezuchov in favore di Pierre che serve ad alimentare l’atteggiamento e le accuse della principessa figlia nei confronti di Anna Michailovna.

Ed il bello è che riesce ad approfittarsi della gente in maniera del tutto naturale, senza doverci riflettere su o premeditarlo.

E allo stesso modo che per lui, fa tristezza vedere come tutta la gente che diffamava e criticava Pierre fino a prima della morte del padre, improvvisamente diventi “convinta delle sua alte qualità“ dopo che ha ereditato il suo patrimonio. Non mancheranno poi, quando si porrà contro la logica della nobiltà condivisa da Vasili, di voltargli di nuovo la faccia criticandolo e schierandoglisi contro.

La figlia Helene, nonostante venga presentata inizialmente come bella e ingenua, non si differenzia purtroppo minimamente dal padre. E allo stesso modo si presenta fin dalle sue prime apparizioni il fratello Anatole, ruffiano spietato e senza alcun tipo di principio, impegnato sempre a trarre il proprio piacere da chiunque e in qualsiasi situazione.

E da qui parte lo spunto per Tolstoj di descrivere la nobiltà russa dell’epoca, quella parte di popolo separata dal resto della popolazione, che viveva tra palazzi, sfarzo e feste, in cui spettegolare di chiunque e cercare di far nascere matrimoni più convenienti possibile, ma lontani dalla vita di tutti i giorni e dalla realtà perfino, ciò che si nota quando non realizzino nemmeno di avere la guerra a un passo dalle loro case.

Invece Pierre da questo episodio ne trae la motivazione per la conversione, grazie al suo ingresso in massoneria, il che gli permette di diventare il portatore di quella posizione di religiosità e di progressismo nei rapporti con i più poveri e fragili, che si va a contrapporre con quella dei giovani come Rostov e Boris che, a causa della loro difficoltà a stare nel mondo civile, probabilmente anche a causa della loro età, preferiscono la guerra alla riflessione, dove è tutto più semplice ed ognuno ha il proprio posto prestabilito e delle regole fisse da rispettare.

Dopo tempo però ben presto anche Pierre si dovrà scontare con la dura realtà, oltre che della vita matrimoniale che gli è toccata, anche del fatto che, pure nella ricerca di spiritualità e di miglioramento della massoneria, si è infiltrata una nuova fascia che la sfrutta per le conoscenze altolocate e per l’aspetto più materiale che riescono a trarne.

Troverà la pace e Dio realmente, solo quando smetterà di cercarlo nelle cose materiali o in uno scopo, e di guardare più lontano, e si fermerà a ritrovarlo in qualsiasi cosa di tutti i giorni, nella vita quotidiana che ora per lui finalmente acquisirà un senso.

Ho inizialmente tanto apprezzato Boris per il suo comportamento integerrimo, sia nella vita normale che in guerra, ma proseguendo nella sua storia, si lascia guidare anche lui da istinti che lo portano lontano dai vecchi affetti e verso posizioni più materialiste.

Mi ha davvero toccata nel profondo, come non mi sarei aspettata essendo comunque presente per relativamente poche pagine, la sorte del prigioniero Karataiev.


Il personaggio che però più di tutti mi ha conquistata per i suoi modi diretti e vista in modo un po’ ostile proprio per questo motivo dalla società bene di Mosca, è Maria Dmitrievna. Riesce a gestire in maniera magistrale la situazione con Natasa e sola non si fa abbindolare dalla furbizia e i sotterfugi di Helene e del resto della nobiltà.

L’unica a cui in tutto il romanzo non tocchi una fine rilevante è Sonia, che rinuncia ad esporsi per se stessa in favore invece della famiglia che le avrebbe fatto tanto bene.


Non sono d’accordo sul fatto che, come dicono alcuni, risultino tutti abbandonati al loro destino, deciso principalmente dagli uomini più abietti, perché in alcuni casi è per esempio la fede e la bontà d’animo a prevalere, come per esempio nel caso della principessa Maria non molto attraente ma di animo buono, nel tentativo di farle sposare Anatole Kuraghin.

Andrei invece credo sia l’esempio opposto di uomo che inizialmente non crede in nulla se non nei propri principi e che si comporta con valore, anche se non ho inizialmente molto apprezzato il suo comportamento con la moglie. Ironicamente, la vita ci mette di fronte a un suo ravvedimento in seguito alla prigionia francese, quando tutti lo credevano morto, proprio quando la vita ha in serbo per lui ben altro, non lasciandogli la possibilità di trovare il perdono nè la pace.

È come se lo scrittore alla fine volesse affermare che la volontà da sola non basti ma che serva una certa fede perché le cose volgano in proprio favore.


Subito dopo però sembra mostrarci che, come ben capiscono Pierre e la principessina Maria, reagendo però in due maniere completamente diverse, la vita si riduca principalmente a girare intorno a denaro e interessi amorosi (si badi bene non all’amore vero!).

E che ci fosse già arrivato allora è da illuminati.

Infatti troviamo in una posizione intermedia rispetto alle due di chi vuole la guerra e di chi invece vuole la pace e si rifugia nella fede, Andrej che si lascia prendere dalle idee che gli espone l’amico Pierre, in cui vuole credere, e che gli permettono di riaprirsi alla vita dopo aver perso ogni motivazione ed essersi ritirato dalla carriera militare, e Denisov che, seguendo i propri forti valori, nonostante continui ad andare in guerra, lo fa spinto dal cuore ferito, ed anche lì si fa guidare dalla sete di giustizia nel proteggere i propri sottoposti esponendosi personalmente.


Andrej e Pierre, nella loro riflessione religiosa spesso tormentata ma sempre presente richiamano chiaramente elementi autobiografici dello scrittore, che ha vissuto un periodo di forte crisi religiosa e credo sia proprio da ciò che dipenda la sensazione descritta del continuo oscillare tra l’importanza della fede e quella della volontà umana.

Indubbiamente alcuni passaggi avrebbero potuto essere trattati in maniera più sintetica, in un solo capitolo invece di due tre o anche di più, come nel caso, giusto per dirne uno, di un libro intero per i dilemmi della famiglia Rostov e in particolare della fastidiosa Natasa.

In particolar modo risulta artificiosa, quasi un’aggiunta che non abbia nulla a che fare con quanto letto fino ad allora, tutta quella parte nell’epilogo, tesa a disquisire filosoficamente sulla natura del potere e sui gradi di libertà e necessità possibili per l’uomo, per spiegare i due principali personaggi storici trattati, Napoleone e Alessandro, e i movimenti storici dei popoli da Occidente a Oriente e viceversa.

Si legge in effetti in appendice che queste parti sono state aggiunte in un momento successivo rispetto alla stesura del corpus dell’opera, dove anche afferma che lo studio di questi due aspetti dell’azione umana sono di competenza della psicologia.

Trovo che fossero pagine superflue in quanto gli inserti all’inizio delle parti dei capitoli rendano meglio questo aspetto.


Mi ha invece fatta sorridere la nota allegata alla fine, dello stesso autore, in cui giustifica alcune libertà prese e in cui asserisce che “fatti e persone sono frutto di fantasia e ogni somiglianza con fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale”, alludendo anche all’assonanza di certi cognomi. Si legge poi nell’appendice immediatamente successiva come invece tanti personaggi siano riconducibili a suoi familiari.


Una descrizione lucida e imparziale della guerra, la fornisce il principe Andrej:

“La guerra non è una piacevolezza ma è la faccenda più ripugnante della vita, e bisogna capirlo e non giocare alla guerra. Bisogna accettare austeramente e seriamente questa terribile necessità. Tutto sta in questo: ripudiare la menzogna e che la guerra sia guerra e non un trastullo. Se no la guerra è il passatempo preferito della gente oziosa e spensierata...Il ceto militare è il più onorato di tutti. Ma che è la guerra, che cosa è necessario per la buona riuscita nell’arte militare, quali sono i costumi nel mondo militare? Scopo della guerra è l’omicidio, strumenti della guerra sono lo spionaggio, il tradimento e l’incitamento a tradire, la spogliazione degli abitanti, il saccheggio e le ruberie per approvvigionare l’esercito, l’inganno e la menzogna, detti astuzie di guerra; i costumi del ceto militare sono la mancanza di libertà, cioè la disciplina, l’ozio, l’ignoranza, la crudeltà, la depravazione, l’ubriachezza. E ciò nonostante, è quello il ceto più alto, più rispettato da tutti. Tutti i sovrani, meno quello cinese, portano l’uniforme militare, e a chi ha ucciso più gente danno la maggiore ricompensa...Si scontrano come faranno domani, per uccidersi a vicenda, massacrano, storpiano decine di migliaia di uomini, e poi faranno ufficiare Tedeum di ringraziamento perché hanno ammazzato molta gente (della quale si esagera anche il numero), e si proclamerà la vittoria, supponendo che, quanta più gente si è ammazzata, tanto più grande è il merito. Come Dio di lassù li può guardare e ascoltare?-gridò il principe Andrei con voce acuta, stridula.


Principe Bolkonskij: “Malati, mio caro, sono soltanto gli stupidi e i dissoluti, e tu mi conosci: da mattina a sera sono occupato, sono sobrio, ed ecco sto bene.”


“I suoi soldati sono eccellenti. E poi per primi ha attaccato i tedeschi. E solo i fannulloni non hanno battuto i tedeschi. Da quando esiste il mondo, tutti hanno battuto i tedeschi. Loro, invece, nessuno. Solo fra loro si sono battuti.”

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