lunedì 22 febbraio 2021

L' ANGOLO DEL CLASSICO Uomini e topi - John Steinbeck

 

Altro capolavoro di Steinbeck che, come tutti gli altri, mi lascia con la sensazione di una stretta al cuore. Questo più di altri. E che tristezza scoprire che è stato ispirato da una storia vera a cui l’autore aveva assistito nel 1920.


Titolo: Uomini e topi
Autore: John Steinbeck
Edizione: Bompiani; 1961
Pagine 181
⭐⭐⭐⭐⭐


I due protagonisti qui sono George e Lennie, che sono anche i primi a comparire sulla scena. Sono due lavoranti americani, dei tanti che negli anni 30 vanno verso l’ovest in cerca di lavoro e fortuna. Loro in particolare sono da sempre insieme, costretti a scappare dai posti precedenti a causa di “incidenti”. Perché, mentre George è un piccoletto di statura ma dal cuore grande e gran sognatore, Lennie è un bestione, imponente di statura e dalle forza ed energia impressionanti. Però si porta dietro lo stigma della malattia mentale, un certo ritardo con cui le persone non sanno avere a che fare, e che presto o tardi, per quanto l’amico gli dica di non parlare con nessuno, finisce per creare problemi dovunque vadano.

Nonostante ciò i due non vogliono rinunciare al loro sogno di mettere un gruzzoletto da parte e comprare un ranch tutto per sè, dove vivere curando gli animali e la terra solo per le proprie necessità e senza padroni.

Ed è con questo sogno che raggiungono anche il ranch in cui li vediamo arrivare.


Lennie e George ho finito per vederli come un tutt’uno, indistinguibili nel non poter sopravvivere l’uno senza l’altro, in particolare per il primo. Non si può non compatirli, nonostante i loro errori, e provare affetto, soprattutto per George che è costretto a pagare caro un attimo di disattenzione, vedendo sfumare davanti agli occhi il sogno di una vita, riuscendo comunque a non provare rabbia ma a prendere una decisione che possa essere la migliore per l’amico.

Qui troviamo condensati, nei diversi personaggi che incontrano, i diversi temi che caratterizzano le vite degli americani in quegli anni, all’epoca della Grande Depressione.

Troviamo il razzismo con Crooks, e il modo in cui ci si facesse la guerra tra poveri, allontanando i neri pure dalle baracche dei braccianti stagionali e come dovessero subire qualsiasi tipo di sopruso senza fiatare, adattandosi a dormire insieme ai cavalli in mezzo al letame e non ribellarsi mai al padrone anche quando viene trattato male solo per disprezzo.

Abbiamo le ingiustizie sociali nei confronti dei lavoranti agricoli che, nonostante in tanti casi fossero persone più che oneste e valide, come nel caso di Slim, debbano accettare di vedersi maltrattare dal figlio del proprietario Curly, solo per non perdere il lavoro e non essere più assunti, o come il più debole che deve soccombere al più forte, come nel caso di Candy che ha perso la mano in un incidente sul lavoro ed aspetta ancora parte dei soldi per il risarcimento e sa che presto si vedrà lasciato in mezzo alla strada quando non riuscirà più a spazzare le baracche, senza sapere dove andare, e del suo cane vecchio e malandato ormai, che viene disprezzato da Carlson, che invece rappresenta quello chiacchierone e irascibile che cerca solo la possibilità di partecipare o assistere a uno scontro e che ha pochi o nulli principi.

E perfino quelle della moglie di Curly che, nonostante venga vista solo come una tentazione o un pericolo, finisce per svelare la disillusione dei suoi sogni di diventare attrice, per una vita che la vede sola e insoddisfatta.

E poi c’è la malattia mentale, che segna un finale predestinato, dichiarato già da Crooks nei suoi tristi pronostici, anche se poi si lascia andare a una fievole speranza di poter partecipare anche lui al sogno americano dei due amici, a cui si è unito anche Candy.

Quella malattia mentale che segna una fine scontata come conseguenza dell’atto di Lennie, che non vede la possibilità di scampo o quantomeno di comprensione perché destinato a diventare il capro espiatorio contro cui sfogare il nervosismo per la frustrazione subita da anni, o quello per non essere riuscito a prevalere e sentirsi valido in qualcosa, quando invece ci si sente un buono a nulla e senza possibilità, disprezzato perfino dalla propria moglie.

E nemmeno da parte dei giusti si vede una via di salvezza, laddove la giustizia significherebbe altro tipo di maltrattamento, chiuso in una cella, incatenato e frustato e forse condannato a morte, non certo curato. A questa alternativa l’unica via possibile è la morte più indolore.

Come tutti gli altri romanzi di Steinbeck si tratta del romanzo di vinti, dei personaggi che, per un motivo o per l’altro, soccombono al destino della vita, un destino già scritto per loro da altri e che hanno ben poche possibilità di sovvertire, perché la società non offre tante altre strade, e si finisce per dover sognare anche solo un podere in cui lavorare, facendo esattamente lo stesso lavoro fisico ed estenuante di ora, ma essendo liberi finalmente.

2 commenti:

  1. E niente, mi sono innamorata di questo autore grazie a Furore. Uomini e Topi lo possiedo e lo leggerò, ma per come sono fatta io...deve arrivare il suo momento

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  2. Certo, secondo me è ancora più importante nel caso di questo libro che tocca certe corde!

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